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Parte dalla Rete il primo nucleo di una nuova “accademia europea”. E l’Italia ne è protagonista

Il fenomeno dei MOOCs, ovvero la diffusione sul web di corsi online tenuti da docenti universitari e distribuiti spesso gratuitamente da prestigiose università di tutto il mondo, continua a crescere in maniera esponenziale. Non si possiedono dati precisi tuttavia  alcune valutazioni di massima sono possibili.

Dhawal Shah è il creatore di “Class Central” una piattaforma che funzione come motore di ricerca e aggregatore delle numerose iniziative di MOOCs avviati a partire dall’autunno del 2011, ovvero dal momento in cui la Stanford University decise di erogare gratuitamente un corso post laurea di intelligenza artificiale al quale si iscrissero 160.000 studenti provenienti da 190 paesi. Da questo momento fu tutto un susseguirsi di nuovi corsi, inizialmente concentrati negli Stati Uniti ma che di recente stanno espandendosi anche in Europa e in Asia. Class Central ha seguito questo fenomeno sin dall’inizio e per questo motivo i dati forniti dal suo fondatore possono essere considerati come una misurazione attendibile dell’ordine di grandezza con cui il fenomeno dei MOOCs si sta affermando.

Ebbene in appena due anni, dalla fine del 2011 alla fine del 2013, Class Central arriva a censire più di 200 università attive che forniscono oltre 1200 corsi. 1300 sono i docenti impegnati e almeno 10milioni gli studenti iscritti.

Numeri di tutto rispetto, anche quando si confrontano con altri fenomeni sociali maturati nel mondo del web. Basti pensare che alla fine dei suoi primi due anni di vita, nel dicembre del 2006, Facebook contava 12 milioni di utenti.

Il fenomeno della affermazione dei MOOCs è per altro al centro di un processo più ampio che riguarda la definitiva maturazione del settore del “self-paced learning” (o e-learning come viene più semplicemente chiamato), un mercato oggi stimato valere 35,6 miliardi di dollari con una previsione di crescita a 51,5 miliardi per il 2016.

Non mancano tuttavia in questo quadro a tinte ampiamente positive elementi di criticità. Questi hanno a che fare in primo luogo con il rapporto non sempre semplice tra l’istruzione formale veicolata dagli istituti universitari e i corsi MOOCs offerti dagli stessi istituti oppure – a livello personale – da alcuni docenti: i primi a pagamento e i secondi generalmente gratuiti. Altro tema caldo è quello della qualità dei contenuti: i MOOCs rispondono a standard qualitativi paragonabili a quelli dei corsi accademici? Terzo ordine di problemi il valore reale dei riconoscimenti attribuiti dai MOOCs. Fintanto che non sarà risolto il problema della identificazione certa degli studenti che seguono i corsi online difficilmente i titoli erogati da questi ultimi potranno avere un peso sul mercato del lavoro. Infine i MOOCs aprono un dibattito sul senso stesso dell’insegnamento accademico e delle università (intese come luoghi fisici): nel nuovo contesto della conoscenza digitalizzata hanno ancora senso le accademie e il mondo dell’insegnamento universitario è veramente pronto ad affrontare queste innovazioni?

Ma al di là delle tante domande suscitate c’è un ulteriore importante elemento di criticità che è dato dal tasso molto elevato di abbandono dei corsi. Negli Stati Uniti, ad esempio, questo supera spesso abbondantemente il 90% e in alcuni casi arriva a toccare il 97%.

Fino a che i dati del così detto drop-out saranno questi risulterà molto difficile poter parlare degli effetti positivi dei MOOCs – pure evidenti – ad esempio nella redistribuzione della conoscenza e nella democratizzazione dell’accesso allo studio; ne tanto meno si potrà parlare della loro efficacia nel consentire lo sviluppo di piani di apprendimento personalizzati da parte di studenti e lavoratori di tutto il mondo nell’ambito di quei processi di apprendimento continuo che sono oggi richiesti dal mondo del lavoro.

Ad Iversity, la giovane azienda berlinese che con il suo 2,1% di corsi distribuiti nella classifica di Course Central e 700mila studenti iscritti (ma l’obiettivo è quello di raggiungere il milione entro la fine dell’anno) sta partecipando con un ruolo di primo piano al processo di sviluppo dei MOOCs nel contesto europeo, sono coscienti di questo problema. “Il nostro tasso di abbandono – ci racconta Emanuela Verduci, che nella startup tedesca svolge il ruolo di country manager per l’Italia – si aggira intorno al 95% ma i risultati diventano molto più positivi e il numero di chi completa il corso cresce esponenzialmente se il corso prevede la consegna di un attestato finale e ancora di più quando chi completa il percorso online si vede attribuire crediti formativi validi nel circuito europeo degli ECTS”.

Proprio su questo punto si gioca in buona parte la scommessa della startup fondata da Hannes Klöpper (attuale ceo) e da Jonas Liepmann. Gli studenti che completano un corso online sulla piattaforma di Iversity possono svolgere alla fine un esame in presenza e vedersi attribuire crediti formativi validi in tutto il sistema dell’istruzione superiore europeo. Una realtà resa possibile dal così detto “processo di Bologna” che prevede la nascita di uno spazio unico europeo di formazione superiore. I crediti così acquisiti devono per legge essere riconosciuti, ricorda Verduci. E in caso di contestazioni le norme prevedono che debba essere l’università che contesta la validità del credito ad assumersi l’onere di motivare il rifiuto.

Nel caso di Ivercity molto presto dovrebbe essere anche possibile per gli studenti seguire i corsi di una università estera e poi sostenere l’esame finale presso un altro istituto fisicamente posto più vicino alla loro residenza. Sarà sufficiente che entrambe le università facciano parte del network convenzionato con la piattaforma berlinese. L’obiettivo di Iversity anzi è proprio quello di costituire, partendo dal reciproco riconoscimento delle attività formative attraverso il sistema dei crediti ECTS un network che rappresenti una prima espressione di una nascente università europea. Un network concorrenziale rispetto ai grandi poli accademici degli Stati Uniti e che sfidi questi ultimi non tanto sul loro terreno quanto su quello della valorizzazione delle eccellenze e delle diversità regionali europee.

D’altra parte – prosegue la nostra interlocutrice – Iversity per scelta ha deciso di coinvolgere realtà accademiche che siano complementari e non concorrenti proprio per favorire un processo di integrazione dell’offerta formativa. L’adesione al processo di Bologna da parte di tutto il sistema di alta formazione europeo agevola in maniera notevole questo processo. Per quanto concerne l’Italia nello specifico ad una prima fase “pionieristica” che ha visto il fattivo coinvolgimento di singoli docenti a titolo personale o quasi oggi sta maturando la consapevolezza a livello istituzionale che la strada dei MOOCs e dei corsi online è la più praticabile da parte delle nostre eccellenze accademiche per conquistare o riconquistare prestigio a livello internazionale puntando appunto sulle specifiche eccellenze espresse dal singolo polo universitario.

Sono diverse le università italiane che attualmente collaborano con Iversity e che hanno riversato (o stanno per farlo) i loro contenuti sulla piattaforma. A iniziare dalla LUISS con la quale Iversity ha siglato un accordo di collaborazione alla fine dello scorso anno e che in questo momento sta producendo un certo numero di corsi ricorrendo per la qualità dei video alla collaborazione da parte della RAI. Corsi che presto saranno implementati sulla piattaforma di Iversity. Un altro accordo importante è in corso di definizione con l’università di Padova e si sono aperte le trattative con Pavia, il politecnico di Torino e anche con la Bocconi. Quest’ultima università è attiva da tempo sul fronte MOOCs ma fino ad ora per pubblicare i propri corsi ha utilizzato la piattaforma di Coursera. Con loro dunque la sfida è duplice perché entrano in gioco anche problemi di compatibilità fra formati diversi. Ma in generale quello che nel quartier generale dell’azienda berlinese stanno notando è un forte interesse e una buona disponibilità a collaborare da parte delle istituzioni universitarie Italiane.

D’altra parte come viene ribadito anche dal recente rapporto E-LEARNING: LA RIVOLUZIONE IN CORSO E L’IMPATTO SUL SISTEMA DELLA FORMAZIONE IN ITALIA realizzato per conto di Aspen Insitute Italia dalla Comunità I Talenti italiani all’estero l’opportunità che questo processo rappresenta per l’Italia è enorme: “l’e-learning può essere strategicamente utilizzato per creare una “vetrina” per le eccellenze italiane nel campo della cultura e del made in Italy. Inoltre può rappresentare un’eccezionale opportunità per far conoscere l’offerta formativa delle università italiane ad un’audience estremamente vasta di utenti”.

In conclusione possiamo dire che pure se in ordine un po’ sparso anche la nostra Accademia sembra essersi resa conto delle enormi possibilità insite in questo nuovo fenomeno. Quello che conta adesso è tenere il più possibile fuori da questo processo uffici e burocrazie interne e di dare invece libera possibilità di espressione e di coinvolgimento agli insegnanti, agli studenti e a quelle realtà che – come Iversity – operano con passione e professionalità.