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La “volta buona” per la scuola

Il Piano per la Buona Scuola presentato ieri dal Governo si basa su tre parole d’ordine che di per sé sotto intendono ad un vero e proprio cambio di paradigma nel modo in cui tradizionalmente i governi del nostro paese affrontano i problemi che affliggono il sistema scolastico: semplicità (leggi: meno burocrazia), connessione (leggi: banda larga e costituzione di reti di istituti), apertura (leggi: scuole aperte alla società e al sistema economico).

Certamente si tratta di un documento di indirizzo e come tale non sempre declina in modo chiaro i diversi passaggi che “dovrebbero” portare al completo rinnovamento della scuola italiana. L’uso del condizionale in questo caso è d’obbligo e non tanto perché il documento non chiarisce in maniera convincente come il governo reperirà i fondi necessari alla assunzione in organico di 150.000 precari per realizzare il passaggio che sta alla base stessa dell’intero processo di riforma con l’immissione in ruolo di una forza insegnante più giovane. Il vero punto di domanda che aleggia su questo progetto di riforma non è infatti rappresentato dalla parte economica (per risolverla in teoria basta stanziare i fondi  …) ma soprattutto dalla innovazione burocratica e organizzativa che la sua realizzazione rende necessaria. Con lo “Sblocca Scuola” renziano infatti per quanto riguarda gli aspetti della innovazione didattica lo Stato rinuncia al suo ruolo dirigista limitandosi a fornire gli indirizzi di massima della riforma e mettendo in carico ai protagonisti della scuola (insegnanti e dirigenti scolastici in primo luogo) il compito di darle sostanza attraverso forme di autonomia sia didattica che gestionale. Questo passaggio a nostro avviso se attuato rappresenterebbe una vera e propria rivoluzione, una “chiamata alle armi” di tutte le forze positive presenti nella nostra scuola (e sono tantissime) che con il loro lavoro sommerso e quasi eroico  e con il loro impegno quotidiano hanno già piantato i semi della rinascita.

E’ questo il senso della parola d’ordine Semplicità, quindi: dare spazio a chi fa e innova con passione e tagliare le gambe alla burocrazie. Una rivoluzione che ci sembra non da poco.

Trasferito sul fronte della digitalizzazione della scuola questo cambio di paradigma è evidente e positivo. In questo ambito il Piano per la buona scuola fa proprie infatti molte delle critiche che gli operatori attivi nei processi di innovazione didattica avevano mosso alle precedenti politiche governative per la promozione dell’utilizzo delle nuove tecnologie della informazione nelle aule scolastiche.

Ci si è reso finalmente conto che il passaggio fondamentale per compiere qui un salto di qualità e mettere la nostra scuola al pari con quelle dei principali paesi europei non può avvenire semplicemente acquistando pc, tablet o – peggio – lavagne elettroniche come previsto dal “Piano per la scuola digitale” nella sua prima versione, ma è solamente consentendo a tutti gli istituti e a tutte le classi  di poter accedere a costi accessibili alla connessione a banda larga che si realizzano pari opportunità per tutti e si mettono insegnanti e scuole nella condizione di poter svolgere innovazione didattica utilizzando compiutamente le nuove tecnologie e di condividere idee, progetti e contenuti.

Nell’epoca del cloud computing, dove programmi, strumenti e contenuti vengono condivisi sulla rete non è fondamentale lo strumento fisico con cui si accede a internet ma la velocità con la cui lo si fa.

Quali strumenti usare poi lo decideranno insieme studenti e insegnanti a seconda delle singole realtà e potranno essere anche strumenti di uso personale come viene detto espressamente nel documento. Il Governo – così recita il Piano – favorirà le condizioni di acquisto di strumentazione elettronica da parte delle famiglie riducendo le cifre che queste oggi devono destinare ai libri di testo. Non viene detto espressamente nel testo ma – si presume – che questo significhi che si apriranno finalmente le porte alla adozione del libro digitale. Altre strade per raggiungere l’obiettivo della riduzione della spesa sostenuta per i libri non le vediamo possibili.

Da rilevare in questo contesto anche l’attenzione rivolta dal Piano per la Buona Scuola al tema della formazione della classe docente. Finalmente entra a pieno titolo nel lavoro dell’insegnante il concetto di lifelong learning e si riconosce la necessità di un aggiornamento continuo per chi svolge una professione così delicata e cruciale. Un aggiornamento che deve però avere come scopo principale non quello banale di insegnare le nuove tecnologie ai docenti, ma si deve preoccupare di metterli in grado di elaborare attraverso queste ultime – ma non solo attraverso di esse – proposte didattiche innovative in grado di rispondere alle mutevoli esigenze di un contesto sociale e lavorativo in perenne cambiamento.

E per fare questo anche la formazione dei docenti cambia passo: basta con i corsi frontali uguali per tutti e con i prodotti formativi digitali di massa. Da oggi la formazione degli insegnanti dovrà avvenire principalmente sul campo sfruttando il lavoro e la passione dei loro colleghi più attivi. 

Innovatori ed evangelizzatori vedranno finalmente riconosciuto il loro ruolo. O almeno questo si spera. Così come si spera che finalmente la partecipazione attiva e propositiva di un insegnante nei vari ambienti tecnologici e nelle comunità digitali dove si discute, si racconta e si sperimenta l’innovazione didattica porti al suo curriculum più crediti formativi di quanti non ne porti la passiva fruizione di un qualche corso di massa online o meno che sia.

Anche qui il cambio di paradigma da parte del Piano è evidente: dopo le devastanti conseguenze delle riforme e delle controriforme dei decenni passati, dove governi di diverso segno politico imponevano rivoluzioni e controrivoluzioni didattiche brandendo di volta in volta questa o quella teoria dell’apprendimento, per la prima volta queste ultime si mettono alla porta. E finalmente diremmo noi! Questo per dare spazio alle proposte e alle sperimentazione che empiricamente docenti e scuole conducono sul territorio e condividono con tutto il sistema scolastico raccontandosi in prima persona attraverso siti, blog e forum. L’innovazione didattica in questa impostazione nasce dal basso. Non è frutto di imposizioni ministeriali. E’ frutto di una sperimentazione empirica. E il suo successo viene valutato non in base alla sua corrispondenza con questa o quella teoria dell’apprendimento, ma in base ai risultati concreti; condivisa con le altre scuole; rielaborata e ri-proposta in forme nuove. Come accade a tutti i contenuti nell’epoca digitale.

In conclusione credo si possa dire che la “buona scuola” di Renzi parta davvero con il piede giusto. Adesso però è fondamentale perché sia davvero la volta buona che alle parole seguano i fatti e su tutti la rivoluzione burocratica. Se veramente si “cambierà verso” introducendo una reale autonomia scolastica dotando le scuole di una qualche forma di disponibilità economica; se si responsabilizzeranno i dirigenti più attivi; se veramente si riuscirà a valorizzare e mettere a sistema il lavoro fatto dai tanti docenti innovatori che già oggi fanno della nostra scuola un campo di sperimentazione straordinario (per qualità, non certo per quantità). Se – in altre parole – si riuscirà a passare dal campo dei buoni propositi a quello delle azioni concrete il cambiamento è possibile. Anche a costo zero.