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Nasce a Pasadena l’università del popolo

Shai Reshef, un imprenditore israeliano con alle spalle decenni di
esperienza nel settore dell'online education a livello internazionale ha intenzione di
dare vita alla prima università online "globale" utilizzando le molteplici risorse educative gratuite presenti in rete. L'Università del popolo, questo è il nome dell'iniziativa
rigorosamente no profit, nasce dall'idea di utilizzare tutte le potenzialità
del social networking nell'ambito dell'insegnamento accademico. L'ideatore del
progetto è un uomo d'affari
che in passato ha già dato vita a numerose attività nell'ambito
dell'education.  L'idea è quella di
proporre in maniera  organica,
utilizzando il classico meccanismo del peer to peer  tutti i contenuti che già oggi moltissime
università mettono a diposizione gratuitamente. Mettendo insieme tutte queste
iniziative "riusciremo  creare"  dichiara Reshef  al New York Times "un'università
completamente gratuita o quasi per gli studenti di tutto il mondo o perlomeno per tutti
quelli che parlano inglese e sono dotati di una connessione ad internet."

La  University of the
People
, al pari di altre università online disporrà di comunità di studio,
forum di discussione settimanale, attribuzione di compiti e di esercizi. Gli
studenti dovrebbero pagare una piccola tassa di iscrizione (che dovrebbe andare
da 15 a 50 dollari) e un contributo spese per ogni esame sostenuto, che
oscillerebbe dai 10 ai 100 dollari. (in entrambi i casi sarà il paese di provenienza
a determinare la somma da pagare, più povero il paese più bassa sarà la quota ruichiesta).

Shai Reshef, che oggi vive e lavora a Pasadena, opera da
tempo in questo settore. In passsato è stato per anni amministratore delegato
di Kidum Group, una società leader mondiale nello sviluppo di programmi per i test di ammissione
e che nel 2005 è stata acquisita da Kaplan. Successivamente Reshef ha dato vita a diverse iniziative di elearning per conto di importanti università e attualmente dirige Cramster.com,una importante
community  online dove centinaia di
studenti aiutano loro colleghi di tutto il mondo nello studio e nella preparazione dei compiti.


L'Università del popolo è certamente un'idea interessante
che nasce da una esigenza molto sentita di diffondere contenuti educativi di
qualità verso persone che in situazioni normali non potrebbero avere accesso a
questa ricchezza, ma l'iniziativa non manca di suscitare perplessità fra gli
addetti ai lavori. I problemi sono in reatà sempre gli stessi che affliggono le
molteplici iniziative di questo tipo.

In primo luogo chiunque si occupi di elearning ha oramai
raggiunto la piena conspevolezza che lo strumento tecnologico da solo non
basta. Online non si impara, o si impara poco o male se dietro ai corsi e ai
contenuti multimediali non c'è un docente e un gruppo di lavoro che li progetta
e li anima  e un  tutor che ne segue passo dopo passo la fruizione.
A questo problema  Reshef, sostiene di
voler far fronte arruolando studenti e docenti volontari (in particolare  pensionati) e limitando, almeno nella fase
iniziale, il numero di iscritti e la quantità di corsi disponibili.

Ma c'è poi un altro problema fondamentale. Anche supponendo
che la University of the People riesca a superare in modo brillante tutti i
problemi di tipo pratico  e
organizzativo, rimane ancora da capire quali contenuti saranno scelti  e quali
scartati fra i moltissimi oramai disponibili e in base a quali criteri si pensa
di poter definire uno standard qualitativo dei corsi proposti?

 

Un crierio certamente valido 
potrebbe essere naturalmente 
quello legato alla provenienza dei contenuti. E' ovvio, ad esempio, che
dei contenuti educativi proposti gratuitamente  da qualche importante e prestigiosa università, sono da considerarsi – molto probabilmente
– contenuti di qualità, ma se questo è l'unico metro di giudizio utilizzato c'è
il rischio di chiudere letteralmente  la
porta in faccia a chi produce contenuti validi e non appartiene al mondo accademico tradizionale uccidendo così nello
spirito il movimento dei corsi open source e l'idea stessa che sta alla
base  di questo movimento che propugna la
libera circolazione e condivisione della 
conoscenza.

 

La soluzione dunque potrebbe essere quella di lasciare che
siano studenti e professori a valutare la qualità di questo o quel contenuto,
di questo o di quel corso, secondo la più classica modalità del web 2.0, ma  se questa dovessere essere la strada
da intraprendere anche le grandi istituzioni universitarie dovrebbero imparare a mettersi
in gioco molto di più di quanto non abbiano fatto fino ad ora ed affrontare la sfida del web 2.0.

L'articolo del New York Times.