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La formazione non è uguale per tutti

L'ISFOL ha presentato oggi a Roma i risultati del rapporto 2006 sulla domanda di formazione permanente in Italia (riferito all'anno 2005).  La ricerca, monitora il grado di partecipazione alla formazione della popolazione adulta nel nostro Paese,  analizza la situazione italiana anche alla luce degli obiettivi comunitari da raggiungere entro il 2010.  Ecco i dati più salienti:

Il forte divario per area geografica.  L'analisi dei dati per area geografica mostra una significativa differenza tra i valori dell'Italia centrale e quelli dell'Italia meridionale per quanto riguarda il possesso del diploma di secondaria inferiore (37% contro 32%), del diploma di laurea (il 14% del Centro contro l'11% del Sud e il 9% del Nord). Al contrario, tra i residenti dell'Italia meridionale è molto più alto il numero dei possessori di sola licenza elementare (il 27% del Sud contro il 22% del Nord).

Il forte divario in base alla professionalità.   Sembra il classico cane che si morde la coda ma la realtà è che nel nostro paese più è elevato  il livello di istruzione e  più è elevata la qualità del lavoro e la qualifica professionale, maggiore è la probabilità di partecipare ad attività di aggiornamento e formazione in età adulta. Nelle imprese i lavoratori che hanno una professionalità medio bassa hanno in Italia ancora poche opportunità formative. Molte di più sono invece quelle a cui possono accedere dirigenti e quadri. Con un divario che negli ultimi anni è cresciuto di ben otto punti percentuali tanto che oggi il 54,7 per cento dei dirigenti o quadri segue un corso formativo mentre succede lo stesso solo al 16,3 per cento degli operai.

Permane il divario di genere.  Solo il 23,3 per cento delle donne ha partecipato a un corso di formazione contro il 28, 6 per cento degli uomini con differenze più ampie per figure intermedie come nel caso di impiegati di concetto, tecnici ed esecutivi, dove la differenza supera i dieci punti percentuali.

Si formano soprattutto i giovani.  Tra coloro che hanno superato i 45 anni solo l’11 per cento degli operai e il 32 per cento degli impiegati ha partecipato a un corso di formazione (il 7% in meno rispetto alla media degli under 45).  Tra i dirigenti però il numero di chi ha partecipato ad attività formative cresce con il crescere dell'età.

La formazione è un fatto culturale. Infatti  sono soprattutto  le grandi aziende e le aziende pubbliche qualle che consentono ai propri dipendenti di partecipare ad attività formative: nelle grandi e medie imprese il 43,6 per cento dei lavoratori segue un corso di formazione mentre succede lo stesso solo nel 15,5 per cento dei casi nelle micro-imprese. Questa percentuale è più elevata nel settore dei  servizi (il 38 per cento), mentre nelle costruzioni si registra la partecipazione più bassa (il 15,1 per cento). Stesso discorso vale se si raffronta il settore pubblico (32,7 per cento del totale degli occupati), con il settore privato (26,7 per cento) e  gli autonomi (27,6 per cento).

Lisbona è sempre più lontana. Infatti il tasso di partecipazione in attività di 'lifelong learning' in Italia (secondo il rapporto 2005 della Commissione europea sui progressi realizzati rispetto agli obiettivi di Lisbona nell'istruzione e formazione degli adulti) era nel 2004 pari al 6,8% rispetto ad una media Eu-25 del 9,9%.  L'obiettivo fissato a Lisbone che l'Italia si è impegnata raggiungere entro il 2010 è il 12,5%.

Anno dopo anno (e rapporto dopo rapporto) è sempre più evidente che il sistema italiano della formazione degli adulti non funziona e anno dopo anno (e legislazione  dopo legislazione) è altrettanto evidente che l'agenda politica italiana continua a snobbare questo problema centrale per il rilancio della competitività del nostro sistema produttivo.   

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